di Donato Montibello
Dobbiamo darci una mossa. La realtà sta strozzando sogni e prospettive e noi Giovani Democratici ne siamo ben consapevoli. Conosciamo, come ogni ventenne o trentenne italiano, i problemi di questo Paese e abbiamo ben chiare anche le possibili soluzioni: rivitalizzare e adeguare il sistema politico al dinamismo della società e dare risposte concrete alle difficoltà e alle aspettative dei giovani di questo Paese.
Così, come Giovani Democratici abbiamo deciso, tutti insieme e con regole unanimemente concordate, dopo tre anni di costruzione e radicamento dell’organizzazione, di svolgere il nostro primo vero congresso.
Vogliamo partire dai problemi, dalla precarietà, dalle poche prospettive post laurea, dallo sfruttamento mascherato in stage e tirocini, dalla difficoltà di uscire di casa e di arrivare alla fine del mese. Dalla realtà, della crisi, dunque e dalla costruzione di un orizzonte che ci porti fuori da questi anni bui, che per noi si chiama società della conoscenza.
In questo primo congresso, parleremo di politica, di come investire sul sapere e di come renderlo accessibile a tutti. Lo facciamo per rilanciare il paese attraverso l’innovazione e la ricerca, riformando il mondo del lavoro e garantendo un accesso sicuro ai giovani. Parleremo di costruire quell’Europa politica, economica e sociale che oggi non c’è.
Senza dimenticare la riforma degli assetti istituzionali, fondamentale per aumentarne la rappresentatività e la partecipazione. Dobbiamo ridare alla politica quell’autorevolezza e quella forza per ritornare ad essere una guida seria ed affidabile e buttarci finalmente alle spalle decenni di governo scriteriato e offensivo della dignità dell’Italia.
Purtroppo, in questi giorni, la discussione rischia di allontanarsi da questi obiettivi e di spostarsi su personalismi, tecnicismi e carte bollate, rappresentando i Giovani Democratici come una gelida burocrazia sconnessa dalla realtà e mettendo a rischio il lavoro che tutti abbiamo fatto in questi tre anni. E’ un vecchio modo di fare politica e non ci appartiene.
In questi tre anni abbiamo fatto cose importanti: siamo stati a Torre del lago, per affermare che un paese civile parte dal riconoscimento dei diritti per tutti, a L’Aquila, a parlare di lavoro e futuro, abbiamo provato ad immaginare a Bologna il futuro del nostro sistema politico fuori dalla seconda repubblica, siamo stati in prima linea nelle scuole e nelle università italiane, nelle piazze con i precari e sempre a difesa del lavoro, abbiamo sostenuto e vinto insieme a migliaia di giovani italiani le battaglie referendarie sui beni comuni, eletto migliaia di giovani amministratori. Non c’è stato grande dibattito nel quale non siamo intervenuti. Abbiamo sempre provato a rappresentare la nostra generazione e dare un contributo alla crescita del Pd che più volte ci è stato riconosciuto: eravamo un tavolo di trentacinque persone e in tre anni siamo diventati la prima organizzazione giovanile d’Italia.
Noi abbiamo fatto politica e continueremo a parlare di politica: ci appassiona poco la burocrazia e di più le discussioni aperte su temi reali e che toccano la pelle delle persone. I problemi regolamentari non ci riguardano ed avremmo preferito sapere su quali grandi questioni ci sono punti di vista diversi, ma non sono ancora emerse.
È per questo che, non essendo emerse fin ora evidenti distinzioni politiche, è importante svolgere un congresso veramente aperto e plurale in grado di parlare fuori da noi, che permetta a ogni giovane italiano che studia, che lavora o sta cercando un lavoro, che vive ogni giorno le difficoltà dei giovani di questo Paese, di sentire che abbiamo a cuore la sua vita più delle nostre questioni interne. Vogliamo fare un congresso aperto, dopo cui pubblicare il nostro libro bianco di proposte, alla cui stesura potranno partecipare gli iscritti e i non iscritti ai Gd. Vogliamo le primarie, ma quelle delle idee. In questo modo parleremo di proposte e di progetti concreti, mettendo alla porta i votifici e i personalismi che hanno ingessato la discussione politica italiana negli ultimi anni. Ritengo che sia importante quello che Brando Benifei, un nostro dirigente nazionale, ha scritto su L’Unità di qualche giorno fa, quando afferma che “il mio progetto politico può rimanere in piedi – così come la mia candidatura – anche all’interno di un congresso per tesi.” Questo è senza dubbio un passo in avanti. Infatti, in questi giorni sembrava che il congresso a tesi non permettesse più di un candidato. Ora per fortuna si dice e si riconosce una cosa che doveva essere già chiara: il congresso a tesi non solo permette a ciascuno di modificare la linea politica dell’organizzazione, ma permette a chiunque abbia un minimo di consenso di candidarsi a segretario nazionale.
Quali che siano le deliberazioni sulle questioni regolamentari non verrà mai meno la nostra difesa del pluralismo, della nostra autonomia, che non permettiamo a nessuno di mettere in discussione, e della nostra voglia di fare politica. Crediamo che si possa cambiare passo.
