da Corriere.it

Test d'ammissione
ANNACHIARA SACCHI PER IL CORRIERE DELLA SERA «Chi ha scritto La cognizione del dolore? ». Guido si gira: «Voglio fare il medico, ti prego dammi una mano». Ha diciannove anni e un sogno, indossare il camice. Due posti più in là Cristina, fresca di liceo classico, si guarda attorno terrorizzata: «Di chimica non so niente, figuriamoci se conosco gli orbitali del carbonio». Leggono, scrivono, correggono. I ragazzi e la prova di ammissione a Medicina, quella che professori e intellettuali giudicano inutile perché «non è così che si fa una selezione corretta». Forse è vero. Ma per capirlo valeva la pena osservarla da vicino. Io mi sono iscritta. Ho fatto il test. Due ore di ritorno al passato tra quiz e inviti al silenzio. Quelle che Andrea — studente di Lecco — al termine dell’esame definirà così: «Sembrava di stare sulle montagne russe: si passava dal quesito banale a quello diabolico». La convocazione è per le nove del mattino. In cortile, nel polo universitario milanese di Città Studi, alla Statale, migliaia di ragazzi ripassano nervosamente. E anche se l’aspetto è diverso (un ventenne mi chiede seccato: «Scusa, ma tu quante lauree vuoi prendere»), le emozioni sono le stesse. Tensione e curiosità. Come a un appuntamento con il destino. Che si gioca tutto in due ore e 80 quiz. E con qualsiasi arma. Forse per questo Cristina, appena arrivata da Battipaglia, ancora prima di sedersi prende informazioni sui suoi vicini di banco: «Tu sei forte in letteratura?». Una risposta sottovoce, è meglio non farsi notare: tre selezionatori ripetono che chi sarà trovato a rispondere al cellulare, a copiare e a passare fogli sarà immediatamente espulso dalla prova. Una suora sgrana il rosario, qualcuno la osserva con invidia. Suona la campana, come a scuola. Un brivido, sono le 11 e questa volta si parte veramente. Quaranta domande di cultura generale, 18 di biologia, 11 di chimica, 11 di matematica e fisica. La prima: sbrigare una pratica burocratica vuol dire A) pervaderla, B) evaderla, C) rivederla, D) invaderla, E) provvederla. Rosario, che è di origine peruviana, sembra in preda al panico. Per altri, invece, è un sollievo, i quesiti generici non sembrano troppo complessi. Certo, qualcuno è più da «Lascia o raddoppia» che da selezione universitaria, tipo chi non ha detto cosa, e giù con gli esempi dal «Volli fortissimamente volli» di Alfieri al «Guai ai vinti» di Brenno, al «Parigi val bene una messa» attribuito a Napoleone (ecco l’errore). Nel silenzio generale si sente il borbottio di un candidato che annaspa: «Ma in corsia ci chiederanno cos’è la musica dodecafonica?». Obiezione accolta, ma il meglio deve ancora arrivare. Chi sembrava tranquillizzato dai primi 40 quiz, ha una brutta sorpresa. Anzi, pessima. Ed è proprio adesso che si vede la differenza tra chi ha studiato durante l’estate e chi ha preferito dedicarsi alle vacanze. Basta un’occhiata e i «secchioni» li distingui subito: mentre prima arrancavano su «chi ha scritto La coscienza di Zeno », ora trottano felici e rispondono a domande complicatissime sul rapporto tra le superfici di due cubi e su quale ghiandola produce l’ormone antagonista della calcitonina nella regolazione della calcemia. Diciotto quesiti da dimenticare, peggio di così non poteva andare. Si va dalla forma L del glucosio ai legami idrogeno in una proteina. Con la chimica, poi, è un’altra tragedia, un durissimo attacco all’ego di chi pensava di poter superare la prova senza problemi. E in più il tempo passa, e i tre «cerberi» non danno tregua: girano intorno ai banchi, controllano gli scritti. Non si siedono mai. Domanda: qual è lo stato di ibridazione degli orbitali del carbonio nel cicloesano? Quanti atomi di idrogeno sono presenti in una molecola di ciclopentadiene? E poi ci sono matematica e fisica, roba da andare a scavare nella memoria. Il foglio si riempie di conticini vergognosi. Alle dodici e mezzo i primi, i più bravi, possono già uscire. Come? Già fatto? Ma forse è un bene, perché solo adesso si crea un po’ di trambusto e si può finalmente cercare di azzardare qualche suggerimento. Gli occhi vagano per l’aula, il tizio davanti è una sfinge, non dice niente. Rosario, la ragazza peruviana, pure. In compenso, la vicina mi chiede: «Paradossale si può anche dire kantiano o kafkiano?». Io le chiedo della permeabilità della membrana di una cellula ma è troppo tardi, bisogna consegnare. Con la consapevolezza di aver lasciato troppe domande senza risposta. Un sospiro. Come quello di Gaia e Yasmin, rassegnate: «Bisognava prepararsi durante l’estate, sapevamo che sarebbe stata dura, soprattutto in biologia e chimica. Se abbiamo studiato? Un po’. Ma evidentemente non abbastanza». Come me.
